450 km nel cuore dei ghiacciai: la sfida del TOR450 e il viaggio con Mattia

32.000 metri di dislivello e un anno di preparazione: dentro la sfida estrema del TOR450 tra allenamento, strategia e forza mentale.

Matteo Ferrari

26 Ottobre 2026

15 minuti

TOR450

La scintilla di una folle impresa

È iniziato tutto nell’ottobre del 2025, davanti a un pranzo a casa sua, in Valle d’Aosta. Mattia mi ha guardato negli occhi con quell’espressione sospesa tra la concentrazione e l’entusiasmo e mi ha detto: «Voglio fare il TOR450 e arrivare primo tra i valdostani».

Da amico, la mia prima reazione è stata di timore reverenziale; da allenatore, il cervello ha iniziato subito a elaborare numeri, volumi, progressioni e strategie. Sapevo che per affrontare un mostro di quella portata non sarebbe bastato preparare muscoli e polmoni: servivano gambe d’acciaio e una pianificazione scientifica.

Ma cos’è esattamente il TOR450 (Tor des Glaciers)? Non è una semplice competizione: è una delle sfide di ultra-trail più estreme, selvagge e severe del pianeta. Parliamo di 450 chilometri di sviluppo e 32.000 metri di dislivello positivo nel cuore delle Alpi valdostane, da percorrere in semi-autosufficienza e orientandosi con la traccia GPS lungo sentieri ad alta quota spesso privi di segnavia ufficiali. Per dare un’idea: equivale a camminare da Milano ad Ancona scalando l’Everest quasi quattro volte.

Se il trail running tradizionale è l’arte di correre e camminare immersi nella natura, lontano dall’asfalto e tra terreni sconnessi, quando ci si sposta in alta montagna la dimensione diventa epica. Con il prefisso “ULTRA”, lo sforzo atletico si fonde con la maestosità e la severità dell’ambiente alpino: sbalzi termici, elevata altitudine, meteo imprevedibile e tratti tecnici che chiedono rispetto e profonda conoscenza dei propri limiti.

Chi è Mattia: dalle Prealpi ai giganti valdostani

Per capire come abbiamo costruito questo risultato, bisogna capire chi è Mattia. Nato e cresciuto a Tradate (Varese), è un grande appassionato di sport. La nostra amicizia affonda le radici sui campi da calcio, dove per anni abbiamo condiviso spogliatoio e fatica prima di approdare ai grandi trail.

Laureato in Economia Aziendale e poi specializzato in Ingegneria Gestionale, Mattia lavora come consulente di Supply Chain e Logistica tra Piemonte e Lombardia. Dal 2025 vive in Valle d’Aosta, ma la sua preparazione è stata un ponte tra due mondi: l’alta quota tra i giganti alpini e le lunghe sessioni di ritmo in Pianura Padana e sulle Prealpi lombarde. Questa “doppia anima” gli ha regalato efficienza nei tratti pianeggianti e la robustezza necessaria per dominare le ripide salite valdostane.

Un curriculum di rispetto

Mattia non si è presentato al TOR450 2026 da sprovveduto:

  • TOR330 (Tor des Géants) concluso nel 2021.
  • 3 partecipazioni al TOR450 (una portata a termine e due ritiri per maltempo).
  • 2 UTLAC (Ultra Trail Lago di Como) da 250 km portate a termine.
  • Numerosi trail da 100 miglia e 100 km, oltre a svariate gare da 50-70 km usate come semplici allenamenti.

1. Decodificare il “Mostro”: l’analisi della gara

Sulla base delle sue esperienze precedenti, abbiamo studiato il percorso con approccio analitico e meticoloso:

  1. La biomeccanica del dislivello: 32.000 metri di salita significano altrettanta discesa. La vera insidia muscolare del Tor è la resistenza dei quadricipiti al lavoro eccentrico prolungato per giorni. Spesso i ritiri non avvengono in salita, ma per dolori articolari, vesciche o problemi gastrici.
  2. Autosufficienza e orientamento: Niente tracciatura classica sui sentieri; occorre navigare via GPS al buio, nella nebbia e talvolta sotto la neve.
  3. Gestione della privazione del sonno: Oltre 150 ore di sforzo continuativo impongono di dormire il minimo indispensabile per mantenere lucidità e sicurezza. Sapendo che ai nastri di partenza c’erano campioni assoluti come Franco Collè, il nostro obiettivo non era la vittoria assoluta, ma gestire la gara al meglio. Infatti, trovandoci in anticipo sulla tabella di marcia già dalla seconda notte, Mattia ne ha approfittato per concedersi qualche ora di sonno in più.
  4. Nutrizione a lungo termine: Mantenere un apporto calorico costante quando lo stomaco rifiuta gli integratori chimici. Mattia sotto questo aspetto è fenomenale: è capace di digerire polenta e spezzatino in quota o persino una pizza a venti minuti dallo Start!

2. I pilastri del piano d’allenamento

La preparazione è durata circa dieci mesi, strutturata bilanciando volumi e recupero:

  • Il mix Pianura-Montagna: Sessioni infrasettimanali tra colline e pianura varesotta (fino a 20-25 km dalle 20:00 in poi per conciliare il lavoro) per allenare cadenza e soglia; weekend sui sentieri tecnici valdostani per accumulare dislivello e lavoro specifico di vertical. Il tutto integrato con uscite in bici (gravel/corsa) per scaricare le articolazioni e sessioni di forza nella sua home gym.
  • Blocchi “Back-to-Back”: Piuttosto che un’unica uscita massacrante nel weekend, abbiamo preferito caricare con sessioni intense su 2 o 3 giorni consecutivi. Questo ha abituato l’organismo a muoversi su muscoli già affaticati, simulando la risposta fisiologica della gara.
  • Power Hiking ed efficienza: Su 450 km la corsa è solo una frazione del tempo. Abbiamo lavorato a lungo sulla camminata di potenza con i bastoncini, ottimizzando la spinta del tronco per alleggerire le gambe.

3. Gestione mentale e strategie sul campo

Se il corpo ti porta a metà strada, è la testa che ti fa tagliare il traguardo.

  • Scomposizione analitica: Sotto sforzo, pensare a “450 km” può schiacciare la mente. Abbiamo diviso la gara in micro-obiettivi: concentrarsi solo sulla base vita successiva o sul rifugio successivo, mangiare, dormire il necessario e ripartire.
  • Power Naps e sonno strategico: Abbiamo alternato micro-sonni di 15-30 minuti nei punti di ristoro a dormite più strutturate (3 e 5 ore nella 2ª e 4ª notte). I micro-sonni ripristinavano la vigilanza cerebrale senza far entrare il corpo nella fase di sonno profondo; le soste più lunghe hanno permesso un parziale recupero muscolare e un rigenerante reset psicologico.
  • Piedi ed alimentazione reale: Grazie alla scelta accurata di calze e scarpe, Mattia non ha avuto particolari problemi fino ai 300 km (base vita di Gressoney), dove è stato necessario trattare l’unghia dell’alluce destro, dolorante per una caduta in discesa nella prima notte. Ai ristori e nelle basi vita abbiamo puntato su cibi solidi: brodo, pasta, formaggi, polenta, ma anche patatine, gelato e Lemonsoda per appagare il palato e reintegrare i sali minerali.

4. L’importanza della squadra e del tifo

Nessuna impresa del genere si compie da soli.

  • L’assistenza di Martina: Presenza fondamentale nelle basi vita fino a Gressoney. Dopo aver accudito e nutrito Mattia (con abbondanti porzioni di crostata e patatine), il giorno seguente si è schierata al via del TOR100 (100 km e 8.000m D+), portandolo a termine con successo!
  • Il calore lungo il percorso: Gli incontri a sorpresa degli amici – come Diego (conosciuto al Tor 2023), Elisabetta e Alberto arrivati dal Trentino fino al Rifugio Champillon, Daniela la “volonTor” di fiducia a Cogne e Gressoney – uniti ai messaggi di incoraggiamento da casa e ai miei messaggi audio con il live tracking sempre aperto sullo schermo, hanno dato a Mattia la spinta interiore nei momenti più bui.

5. Il giorno della gara e il traguardo a Courmayeur

Dopo mesi di sacrificio, levatacce all’alba, infinite sessioni serali e centinaia di chilometri macinati sui sentieri, il momento della verità è finalmente arrivato. Da gennaio a inizio settembre, il rullino di marcia di Mattia raccontava cifre da capogiro: 2.800 chilometri, 120.000 metri di dislivello e 420 ore di allenamento, il tutto senza un singolo infortunio.

Durante i giorni della gara ho seguito ogni suo passo a distanza: analizzavo i tempi di passaggio, monitoravo i ritmi di gara e mi assicurarmi che rispettasse alla lettera le pause per mangiare e riposare. Non sono mancati i momenti di crisi — inevitabili compagni di viaggio quando il sonno comincia a scarseggiare, la notte sulle creste si fa gelida e la navigazione sui sentieri diventa complessa. Eppure, la preparazione maniacale, la sua incrollabile forza mentale e l’esperienza accumulata nelle precedenti ultra gli hanno permesso di rimanere sempre lucido, superando ogni ostacolo. In quei giorni ricevevo costantemente foto e video da Martina: vedere che le ginocchia e il fisico rispondevano alla grande è stata una soddisfazione impagabile.

Poi, il momento più atteso: vederlo comparire sul rettilineo finale di Courmayeur e vederlo tagliare il traguardo. Un’emozione indescrivibile. Concludere il Tor des Glaciers è un’impresa riservata a pochissimi atleti al mondo. Farlo conquistando il 22° posto assoluto su 200 partecipanti è il coronamento perfetto di un lavoro di squadra impeccabile.

Partito alle 20:00 dell’11 settembre e arrivato una settimana dopo, alle 10:30 del mattino, Mattia ha domato 450 chilometri ricchi di insidie con una grazia e una determinazione eccezionali. Essere lì, nel centro di Courmayeur, quel venerdì 18 settembre, è stato un privilegio. Per chi ama il Trail Running, l’arrivo del TOR è qualcosa da vivere almeno una volta nella vita: ogni corridore che spunta tra la folla prima della finish line viene accolto da un’esplosione di applausi, urla di gioia e calore umano. Ammetto di essermi commosso: negli occhi di chi taglia quel traguardo leggi tutta la fatica del mondo, ma soprattutto quella consapevolezza pura e urlata al cielo: «Ce l’ho fatta. Sono un Gigante.»

La parola a Mattia

Per capire davvero cosa si provi a vivere un’avventura simile, ho voluto fare a Mattia qualche domanda. Ecco cosa mi ha raccontato.

Come mai hai deciso di fare il Tor? Cosa ti ha spinto a lanciarti in questa avventura?

«Ricordo perfettamente il momento esatto in cui è scattata la scintilla. Era una sera qualunque del 2018. Me ne stavo sul divano a guardare video su YouTube — probabilmente la recensione di qualche moto — quando l’algoritmo mi ha proposto il video dell’arrivo di Silvia Trigueros Garrote al Tor330. Era stremata, con due borse enormi sotto gli occhi; si è commossa al traguardo e poi ha firmato un grande cartellone colmo di firme. Non avevo idea di chi fosse, né di cosa fosse il TOR, ma mi sono commosso anch’io. L’ho riguardato e mi sono commosso di nuovo, senza capirne il motivo. Quando ho scoperto che si trattava di una gara di 330 chilometri, il primo pensiero è stato: “Ma davvero esiste una cosa del genere?!”. Il secondo è stato: “Voglio farla anch’io”.

Da quella sera, il TOR è diventato il mio appuntamento fisso di settembre. La mia vacanza preferita, la mia settimana sacra. Nel 2019 ho concluso il Tor130, conquistando il pass per il Tor330. Nel 2021 ho finalmente coronato quel sogno: 330 chilometri e 27.000 metri di dislivello positivo. Un’esperienza incredibile. Nel frattempo, per celebrare i dieci anni della gara, l’organizzazione aveva introdotto la traccia da 450 km… e un nuovo obiettivo ha preso forma davanti ai miei occhi!

Cosa mi ha spinto? La sfida con me stesso, prima di tutto. Il desiderio di spingermi verso un confine che non riuscivo nemmeno a immaginare. C’era un senso di avventura totale, la voglia di scoprire come la mente e il corpo avrebbero reagito a uno sforzo simile. E poi c’è la montagna: io sui monti sto bene, mi piace viverli in solitaria e il TOR richiede una forte capacità di adattamento e di sapersi arrangiare. Sembrava una gara cucita su misura per me.

Infine, il TOR è una festa gigante che contagia tutta la Valle d’Aosta per una settimana intera. C’è un contrasto magico: da una parte distanze e fatiche disumane; dall’altra un’umanità straordinaria fatta di sorrisi, volontari che ti coccolano ai ristori, rifugi accoglienti e gesti di una spontaneità disarmante. Sono profondamente grato per tutto ciò che questa gara mi ha regalato. E sapete qual è il mio prossimo obiettivo? Non è fare un tempo migliore al Tor450… ma parteciparvi come volontario!»

Come hai vissuto la preparazione?

«Ufficialmente il Tor450 è partito l’11 settembre 2026, ma nella mia testa era iniziato un anno prima. Dopo vari confronti con Teo e una buona dose di pianificazione, abbiamo riacceso i motori a novembre 2025. Per mia natura tendo ad analizzare le cose per semplificarle, e credo che affrontare una preparazione del genere si riduca a due pilastri fondamentali:

  1. La motivazione incrollabile. Deve restare accesa dal primo giorno fino a quando tagli il traguardo, un anno dopo. In questo lungo viaggio incontrerai di tutto: piccoli infortuni, giornate di lavoro noiose o stancanti, imprevisti, pioggia e fango. Se la motivazione tiene, trovi sempre la lucidità per riorganizzarti e recuperare. Sia in allenamento che in gara mi fermavo spesso a chiedermi: “Matti, la fiamma è ancora accesa? Ti ricordi perché sei qui? Vuoi davvero quel traguardo che hai sognato per mesi?”. La risposta è sempre stata un sì deciso. Anche quando ho dovuto rinunciare a qualche gara di preparazione per impegni di lavoro, o quando alla base vita di Gressoney mi sono ritrovato con l’alluce viola e la prospettiva di dover perforare l’unghia lungo il percorso. “Sei pronto ad andare avanti?” “Certo che sì, andiamo.”
  2. La continuità della preparazione fisica. Allenarsi per dieci mesi significa far diventare la corsa parte integrante della propria routine quotidiana. Significa gioire quando il programma fila liscio, ma anche stringere i denti e fare un passo indietro quando le cose non vanno come previsto. Tra marzo e aprile ho attraversato un periodo lavorativo intenso: saltavo allenamenti e gare preparatorie, ma tornavo sempre al punto uno. Ero motivato, ho accettato il momento no e l’ho superato. Testa e gambe devono procedere di pari passo.

In definitiva, la preparazione è stata bellissima e mai un peso: ho spinto quando il corpo me lo permetteva, ho tirato il freno quando serviva. In questo Matteo è stato fondamentale: ha saputo riadattare il piano in base alle mie sensazioni fisiche e mentali, restandomi sempre vicino. Teo è un grande amico, una persona empatica e competente che sa sempre quali corde toccare. A chi vuole avvicinarsi alle ultra-distanze consiglio sempre di cercare un professionista preparato, ma soprattutto una persona “umana” di cui potersi fidare ciecamente. Il supporto psicologico del coach vale molto più di qualsiasi tabella.

Quando ci siamo rivisti poche ore dopo il mio arrivo — dopo che lui si era fatto due ore di auto subito dopo il lavoro per raggiungermi — ci siamo abbracciati, abbiamo scambiato due parole e poi siamo crollati sul divano, esausti e felici. Grazie di cuore, Teo!»

Quali sono stati i momenti più duri lungo il percorso?

«Senza dubbio la privazione del sonno! Io non sono uno da levatacce: mi piace fare tardi la sera e dormire a lungo la mattina. L’idea di allenarmi alle 22:00 non mi spaventa, mentre il mattino presto è il mio nemico giurato (nel weekend infrango regolarmente la regola non scritta della montagna e vado a correre a mezzogiorno!).

Il TOR ti costringe a muoverti giorno e notte per sette giorni consecutivi. Per me la fascia più critica è sempre stata quella tra le 4:00 e le 7:00 del mattino: lì il sonno picchia duro. Ho imparato a gestirlo con dei micro-sonni da 10 minuti per poi rinascere non appena il sole sorgeva all’orizzonte. Per recuperare energie reali, durante due notti mi sono concesso quasi 4 ore di sonno filate: i volontari nei rifugi mi guardavano quasi increduli, dato che la media degli atleti dorme un’ora o due al massimo, ma quella scelta mi ha permesso di spingere forte e recuperare tutto il tempo durante il giorno.

Ho avuto anche qualche piccolo problema digestivo e dei fastidi alle ginocchia, ma nulla che non sia rientrato nel giro di qualche ora. Rispetto al passato, i lavori di forza fatti in palestra con Matteo si sono rivelati decisivi: le ginocchia hanno tenuto benissimo, permettendomi di correre e riposare bene fino alla fine.»

A tre settimane di distanza, cosa ti resta dentro di questo Tor450?

«Una profonda, immensa soddisfazione. Ogni tanto mi capita di riaprire la traccia GPS sulla mappa e pensare: “Che viaggio incredibile che ho fatto”. Ripercorro mentalmente alcuni tratti e mi rendo conto che è andato tutto per il verso giusto: il corpo ha risposto benissimo e la testa è rimasta sempre lucida e presente.

Oltre alla soddisfazione, provo un forte senso di gratitudine. Mi sento fortunato sotto due aspetti:

  1. L’aspetto fisico: sono sette anni che macino migliaia di chilometri all’anno tra corsa e bici senza infortuni seri. Lo sport per me è pura gioia, e poter contare su un corpo sano e integro per affrontare queste distanze è un privilegio immenso.
  2. L’aspetto umano: il Tor450 è stato il fulcro del mio anno non solo per il risultato sportivo, ma per l’opportunità di condividere questa avventura con le persone che amo. Penso ai miei genitori, che ormai si sono innamorati del TOR e mi aspettano sempre all’arrivo. Penso a Martina, colonna portante prima della partenza, nelle basi vita e al telefono. Penso a Eli e Albe, che sono saliti dal Trentino per farmi una sorpresa al Rifugio Champillon — un momento che porterò sempre nel cuore. E poi a Diego, agli amici incrociati lungo i sentieri e ai meravigliosi VolonTor, come Daniela e Sergio, che alla base vita di Gressoney mi hanno letteralmente rimesso al mondo.

In sintesi, per me “il Tor è il Tor”: è il punto esatto in cui l’amore per la montagna, la prestazione atletica, la preparazione e il calore umano si fondono. È lì che succede la magia.»

Cosa ci ha insegnato questa avventura

Dal Tor330 all’UTLAC 250k, fino ai mostruosi 450 chilometri del Tor des Glaciers: il viaggio di Mattia dimostra che non esistono limiti insuperabili quando si introducono pianificazione scientifica, esperienza, disciplina e un’amicizia profonda. Essere al suo fianco come allenatore e come amico in questo viaggio memorabile è stato un onore enorme. La strada non è stata sempre in discesa: Mattia è un atleta amatore, con un lavoro impegnativo e continue trasferte. Incastrare allenamenti, impegni e vita privata è stato spesso un incastro complicato, ma insieme ce l’abbiamo fatta.

La consapevolezza di ciò che abbiamo costruito resterà con noi per sempre.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

Preparatore atletico e personal trainer

Con una solida formazione accademica e certificazioni internazionali, Matteo è specializzato in preparazione atletica, prevenzione e rieducazione motoria. Collabora con Sistemha dal 2015 e affianca atleti di ogni livello, con un approccio tecnico e personalizzato che unisce passione e costante aggiornamento.

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